Tumori non diagnosticati La clinica degli orrori


il 09 Febbraio 2019 - 14:43

le carte dell'inchiesta

Tumori non diagnosticati
La clinica degli orrori

Ecco cosa accadeva tra le mure della casa di cura di via Sant'Euplio.

CATANIA - Per certi aspetti l’indagine che ha colpito la casa di cura Di Stefano Velona ricorda la clinica degli orrori di Milano. Quel caso che dieci anni fa ha inchiodato davanti alla tv milioni di persone inorridite davanti a quello che emergeva dall’inchiesta poi approdata ad un processo. Quello che distingue i due fatti di cronaca è che in questa storia catanese non ci sono (fortunatamente) morti sospette, come invece era accaduto nella struttura milanese. Ma il solo fatto di non sottoporre un paziente ai necessari esami pre-operatori, sotto il profilo cardiologico, anestesiologico ed ematochimico, significa metterlo davanti a un rischio serio.

Ma facciamo parlare i consulenti della Procura: “A prescindere dalla positività anamnestica, qualsiasi paziente può andare incontro a seguito di intervento chirurgico ad emorragie, pertanto, anche in caso di interventi chirurgici semplici è necessario conoscere il gruppo sanguigno del paziente (Abo ed Rh) e valutare le prove di coagulazione”. Parole quelle contenute nelle 14 pagine dell’ordinanza firmata dalla Gip Giuliana Sammartino che non hanno bisogno di commenti. Ma il fatto più grave, che i consulenti etichettano come “condotta assolutamente censurabile oltre che rischiosa per il paziente”, è l’omissione dell’esame istologico che costituisce l’unico strumento per accertare la natura di una massa asportata.

Un modus operandi che alla clinica Di Stefano Velona sarebbe stata una “prassi” per il trattamento di lipomi, cisti, nevi, verruche. I pazienti si sarebbero fidati dell’esame visivo della massa, ma i consulenti sono chiari: “Il dato deve essere sempre confermato da indagini microscopiche”. Oltre a queste negligenze evidenziate negli atti della magistratura, vi sono le falsificazioni di migliaia di cartelle cliniche. Un quadro criminale inquietante che avrebbe come “fine comune quello di massimizzare i profitti della clinica a spese dei clienti e del Servizio Sanitario Nazionale”.

Le indagini dei Nas, sotto il coordinamento del procuratore Carmelo Zuccaro e dei sostituti Fabio Saponara e Francesco Brando, hanno fatto luce su quello che la Gip Sammartino definisce “meccanismo truffaldino dei rimborsi”. Un sistema illecito che avrebbe come artefici Nunzio Di Stefano Velona, amministratore della clinica, Ornella Maria Di Stefano Velona, direttore area- qualità, e Sebastiano Villarà, direttore sanitario della struttura. I tre indagati avrebbero dato direttive precise “ai dipendenti amministrativi e agli operatori sanitari”.

L’inchiesta parte da un caso. Alla fine del 2016 un paziente, anzi un ex paziente, della clinica di via Sant'Euplio presenta una querela. E racconta il suo calvario. Un anno prima è stato operato per l’asportazione di un lipoma all’inguine. Nonostante avesse dato il consenso all’esame istologico, nella cartella clinica è stato attestato falsamente che aveva rinunciato all’accertamento. Alcuni mesi dopo la massa si ripresenta, più grande e dolorosa. Il paziente è sottoposto ad un nuovo intervento e ancora una volta veniva prodotta una falsa rinuncia. Dopo un mese è comparsa nuovamente la massa. Il dolore insopportabile convince l’uomo a recarsi in un ospedale pubblico dove lo sottopongono a tutti gli esami completi e così gli viene diagnosticata una “grave formazione tumorale compatibile con una recidiva di mixofibrosarcoma di grado intermedio”. Il 40enne ha dovuto sottoporsi a chemioterapia e radioterapia. Il verdetto del consulente del pm è chiaro: “La mancata diagnosi di liposarcoma durante i primi due ricoveri ha causato una crescita incontrollata della neoplasia”. Ricordiamo che stiamo parlando di un tumore. Un tumore che sarebbe dovuto essere diagnosticato sin dal primo intervento. E una diagnosi precoce forse non avrebbe causato i problemi di deambulazione al paziente. Sciuto infatti è accusato di lesioni gravissime.

Dalla denuncia partono le intercettazioni e il medico Giuseppe Calanducci è chiamato per essere sottoposto ad interrogatorio. Ad aprile del 2017 dopo il sequestro delle oltre 4000 cartelle cliniche da parte dei Nas, Calanducci si sfoga: “Lì c’è in mezzo la magistratura… mi hanno coinvolto in una cosa dove non c’entro nulla…”. Poi c’è il dialogo di un altro degli indagati, il medico Giuseppe Adamantino: “È successo a lui… ma poteva capitare anche a me! È stato sfortunato lui, ma poteva capitare anche a me, non aggiungo altro!”. Ed infatti è capitato a tutte e due. Sia Calanducci che Adamantino sono stati interdetti dall’esercizio della professione medica per sei mesi. Dodici mesi invece l’interdizione per il direttore sanitario Sebastiano Villarà e il medico Alfio Sciuto. A dire di Calanducci, in sede di interrogatorio, sarebbero stati loro due ad indicargli di annotare nella cartella del paziente (che ha denunciato) il rifiuto all'analisi della massa asportata. Parlando con i magistrati Calanducci ammette che “non informava i pazienti dei rischi cui andavano incontro non effettuando l’esame istologico". E poi arriva un'altra ammissione: "Ma solitamente da noi si fa così". Inquietante.

 


il 09 Febbraio 2019 - 14:43