L'agguato a Mario Tornabene Dissidi con il boss Nuccio Coscia


il 10 Ottobre 2018 - 16:53

l'inchiesta dei carabinieri

L'agguato a Mario Tornabene
Dissidi con il boss Nuccio Coscia

Ricostruito il movente del tentato omicidio del 2007 a Fiumefreddo di Sicilia.

CATANIA. “Come ritorsione, il Patanè, perché a me non l'ha fatto presente, io poi l'ho saputo in un secondo momento, che aveva mandato suo nipote, Stefano Sciuto e suo cognato Giuseppe Trincali, in una missione punitiva”. Con queste parole il super pentito Mario Gaetano Vinciguerra, a lungo esponenente di punta del gruppo di Aci Catena, legato al clan Santapaola Ercolano, ricostruisce i retroscena del tentato omicidio di Mario Tornabene, avvenuto nel 2007 a Marina di Cottone, frazione balneare di Fiumefreddo di Sicilia. A ordinare di aprire il fuoco nei confronti dell'ex sodale è Antonino Patanè, Nino Coca Cola, cognato del boss Sebastiano Sciuto, più noto con il nome di Nuccio Coscia. Una spedizione organizzata per questioni economiche. Mario Tornabene, già a capo del gruppo giarrese ma allontanatosi dagli ambienti dopo l'ultima detenzione patita nel 2001, non avrebbe corrisposto a Sciuto la parte di un terreno a Fiumefreddo di Sicilia, utilizzato per le gare di go-kart. Dopo numerosi solleciti, Patanè decide che è il momento di agire.

E' la notte del 28 agosto quando Tornabene viene raggiunto all'addome da un colpo di pistola calibro 7,65. La vittima si trova all'interno della propria attività, il club “La Fattoria”, quando il sicario, giunto a bordo di un grosso motociclo guidato da un complice, lo raggiunge ed esplode contro di lui tre colpi. Solo uno raggiungerà il 53enne, che nonostante la vistosa ferita trova la forza per fuggire da una porta secondaria. Sottoposto ad un delicato intervento chirurgico, l'uomo riesce a sfuggire alla morte. Interrogato dai carabinieri della Compagnia di Giarre, mentre si trova ancora in ospedale, racconta di aver subito richieste di denaro e pressioni, per conto di Nino Coca Cola, da Roberto Bonaccorsi e Tuccio Agatino, quest'ultimo attualmente in carcere poiché accusato del brutale omicidio di Dario Chiappone. L'anno successivo all'agguato sarà lo stesso Tornabene a confidare ad un maresciallo dell'Arma, per paura di nuovi agguati, di aver riconosciuto il suo sicario dalla voce. Si dice certo che a sparare sia stato Stefano Sciuto. L'uomo però si rifiuta di sottoscrivere qualsiasi dichiarazione in merito.

La ricostruzione del tentato omicidio, a lungo avvolto nel mistero, trova conferma due anni dopo anche nelle parole del pentito Mario Sciacca. A confermargli di aver sparato contro Tornabene sarebbe stato lo stesso Stefano Sciuto. “Da Sciuto, ho saputo che hai sparato cosi, e mi ha completato di qua e di la, ci dissi ma perché? Perché doveva dare soldi a mio padre, dice di vecchia data”. Un grosso credito avanzato e mai saldato dall'ex sodale. Oltre a gestire le attività del gruppo operante a Giarre, Tornabene avrebbe curato direttamente gli interessi economici del boss Nuccio Coscia. A raccontarlo è un altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vinciguerra. Per questo motivo a Tornabene sarebbe stata risparmiata la morte nonostante avesse disonorato l'organizzazione facendosi schiaffeggiare in pubblico da un congiunto di Leonardo Campo, vecchio boss giarrese legato ai Laudani. L'affiliato però sarebbe stato rimosso dal ruolo di responsabile, continuando però a gestire gli interessi personali di Sciuto. Un rapporto di grande fiducia col vecchio boss, incrinatosi dopo i dissidi sorti sui proventi di quel terreno.

 


il 10 Ottobre 2018 - 16:53