Stabile, l'amaro addio di Milazzo "La verità sulla mia gestione"


il 03 Novembre 2015 - 05:43

l'intervista

Stabile, l'amaro addio di Milazzo
"La verità sulla mia gestione"

Il presidente dimissionario del teatro Stabile, in una lunga intervista riannoda le fila di una vicenda che ha generato aspre polemiche. E in merito alla proroga concessa già dal mese di agosto a Dipasquale: “E’ stata una mia idea, e su Enzo Bianco vi dico che...".

CATANIA. Un addio non privo di delusione quello di Nino Milazzo. Il giornalista, ex vice direttore del “Corriere della Sera” ripercorre la vicenda del teatro, della sua personale esperienza partendo da ciò̀ che “poteva essere ma non è stato”, dalla sua battaglia per l’approvazione dei bilanci finendo con qualche amara considerazione. Ma se da un lato sono state troppe le invettive, dall’altro non sarebbero state da meno le aspettative disattese o i deboli riscontri da parte di chi probabilmente avrebbe potuto fare meglio la sua parte. “I soci salvino l’ente”, è ora il forte appello che lancia attraverso il nostro giornale. A mescolarsi con le questioni di forma rimane inevitabilmente la vicenda affettiva che riguarda la storica amicizia con Enzo Bianco. Un rapporto di stima e fiducia reciproca, a tal punto da spingere l’uno a proporlo, due anni fa, come presidente del teatro e il secondo ad accettare l’incarico, nonostante l’età̀ e i problemi dell’ente. Un argomento sul quale Milazzo tuttavia non si sofferma. Intanto il sindaco pochi giorni fa ha invitato il direttore Giuseppe Dipasquale a compiere un passo indietro rispetto alla proroga ottenuta. Ma la delibera in verità sarebbe stata approvata dall’intero CdA lo scorso agosto.

Nella lettera di dimissioni ha scritto della sua esperienza di presidente dello Stabile parlando di “quello che poteva essere ma non è stato”. A cosa si riferiva?

"Qualche esempio. Volevo celebrare l’ingresso nel patrimonio Unesco, avevo raccolto numerose adesioni, lo annunciai nel corso di un’occasione solenne alla presenza di tutti i sindaci del Patto del sud est e del prefetto. Ma il progetto poi non ebbe seguito, la presidente del patto dell’Etna a cui avevo chiesto supporto si negò al telefono. Un’altra idea era quella di ampliare le competenze della scuola di recitazione estendendole all’ambito tecnico: si pensava di potere utilizzare risorse europee, ma invano. Ho poi organizzato degli incontri sotto il comune denominatore dell’alfabeto della memoria: su temi come, la Costituzione, la filosofia, il cinema, la corruzione. Ma ho potuto realizzare pochissime puntate, tra cui una con l’allora direttore del Corsera, Ferruccio De Bortoli: la carenza di mezzi mi ha fermato. Potrei proseguire ancora con un lungo elenco. Nella mia lettera di dimissioni parlo di realtà protette e realtà neglette nel panorama degli enti pubblici dello spettacolo in Sicilia".

Quando assunse l’incarico di presidente del Cda in che condizioni trovò l’ente? E a quanto ammonta attualmente il debito del teatro Stabile?

"Era ferito dai tagli del 2012, con cui la Regione aveva ridotto del 46% i contributi a programmazione già definita con i relativi contratti. Da allora si è determinato uno stato debitorio molto pesante. Il debito attuale si aggira intorno ai 5 milioni di euro. Bisogna anche tenere conto delle sopravvenienze dovute a emergenze varie, come i prestiti delle banche cui si è fatto ricorso a causa dei ritardi nell’erogazione dei contributi. Buona parte di queste sopravvenienze sono in gran parte pagate, ma i debiti restano. L’organico dello Stabile è la metà di quella del teatro Biondo di Palermo, giusto per fare un esempio; i dipendenti del nostro teatro sono 35".

Ma veniamo a quel famoso scontro tra lei e le commissioni consiliari Bilancio e Cultura. Cosa accadde? E perché lei reagì in quel modo alla richiesta avanzata dai consiglieri di fornire chiarimenti in merito ai bilanci?

"Ad un certo punto della mia presidenza fui convocato dalla commissione Bilancio. Andai insieme a Jacopo Torrisi e a Giuseppe Dipasquale. La prima interrogazione partì da una giovane consigliera la quale attaccò subito Dipasquale domandogli se provava vergogna o meno per il fatto di essere, a suo dire, il direttore più pagato d’Italia. Si trattò di un’inesattezza, peraltro espressa in modo inaccettabile. Al di là della persona, io ho reagito difendo l’istituzione. Per mia natura, sono persona gentile, ma se perdo le staffe sono pesante e in quell’occasione lo fui. Di Pasquale percepisce un compenso inferiore alla media. Cercai poi di far capire che il teatro Stabile non è una partecipata, (come qualcuno sosteneva), non essendo una società di capitale, bensì un’associazione. Alcuni membri della commissione Bilancio non conoscevano nemmeno il tipo di rapporto che intercorre tra teatro e Comune. Dopo qualche tempo fu la commissione Cultura a entrare in scena con un’interrogazione di alcuni consiglieri che utilizzava la falsa accusa di due o tre sindacalisti che avevano attribuito al Consiglio di amministrazione la responsabilità gravissima di avere operato tre illegali assunzioni a tempo indeterminato. Mi sembrò una mossa incauta se non ingiusta: potevano aver avere quantomeno la compiacenza di attendere il giorno dopo, quando mi sarei presentato davanti alla commissione che mi aveva invitato per un altro incontro. Voglio si sappia che, per mia formazione, nutro da sempre un profondo rispetto per le istituzioni. Ciò detto, voglio precisare che i nostri bilanci sono pubblici. Ciò nonostante, abbiamo inviato copia all’organismo comunale che ne ha fatto richiesta. Superata questa fase, è seguita un’aspra contestazione sotto forma di 14 richieste di chiarimento avanzate da un gruppo di consiglieri. L’iniziativa aveva tutta l’aria di una ritorsione. Comunque, abbiamo risposto punto per punto e la polemica con le due commissioni si è placata. Ma vale la pena riferire che fra le contestazioni figurava quella relativa agli incassi degli spettacoli: si lamentava la loro esiguità, ma gli scriventi avevano sbagliato la cifra riducendola addirittura a un terzo di quella effettiva: così, per dare un’idea. Un altro attacco è arrivato successivamente da un deputato regionale, di cui non ricordo il nome, ma la nuova tensione è rapidamente evaporata data la palese inconsistenza dei rilievi. Insomma, vita difficile. Io sono abbastanza allenato. E qui, mi piace, allora, ricordare che lungo il mio cammino professionale ho accumulato sette dimissioni, per me sono altrettante medaglie, le cose migliori che ho fatto. Anche se quelle dall’incarico di vice direttore del Corriere della Sera fu una scelta sciagurata, un atto di superbia intellettuale che ancora oggi mi rimprovero: pensavo di poter essere più utile mettendo al servizio della mia terra l’esperienza fatta a Milano, ma mi sono sbagliato. Clamorosamente".

E’ una medaglia dunque la decisione di lasciare lo Stabile?

"Sin dall’inizio dissi che non sarei rimasto per più di due anni, ho 85 anni: avrei dovuto concludere il mandato a 87 anni. Mi sembrava un eccesso. Insomma, spazio ai giovani. Il principio era questo. Se ho ritardato di un paio di mesi la mia rinuncia all’incarico è perché ho voluto seguire fino in fondo alcuni adempimenti amministrativi molto importanti per la vita del teatro".

Veniamo allora a questi adempimenti. L’accusa ricorrente è stata quella di scarsa trasparenza: perché è stato così complicato approvare il bilancio 2014?

"Faccio un atto di umiltà che mi appartiene: non sono esperto di bilanci. Ma potevamo contare su revisori dei conti di una bravura straordinaria, fra cui quello nominato dal Ministero: ebbene la loro professionalità e il loro rigore mi garantivano che tutto era a posto. La situazione era complessa, non per nostra responsabilità, e complessa è stata la messa a punto del consuntivo 2014. Alla fine, completata l’operazione, i Soci ci hanno chiesto di inviarlo alla Corte dei Conti e lo abbiamo fatto, salvo poi apprendere dagli organi della stessa Corte che il passo non era necessario. La maggiore difficoltà è stata quella delle sopravvenienze, chiarita la quale si è pervenuti all’approvazione con piena e motivata soddisfazione di tutti".

Veniamo alla figura del Giuseppe Dipasquale, anch’essa molto discussa. Lei ha sempre difeso il suo operato. Come commenta le polemiche che tuttavia continuano ad investire il direttore?

"Con me è sempre stato corretto e leale. D’altronde qualora così non fosse stato, non sarei stato tenero. Se qualcuno riesce a provare ciò che dice contro Dipasquale, lo faccia. Non sta a me fare il processo a un uomo. Semmai, io accuso gli accusatori che lanciano la pietra e nascondono la mano. E’ un gran lavoratore e si è sempre attenuto alle direttive generali del CdA. Si parla di presunta mala gestione, ma noi abbiamo amministrato con rigore e trasparenza le risorse che ci sono state concesse. Purtroppo il flusso dei finanziamenti è assolutamente inadeguato e mai puntuale. Ora si sono accumulate nuove mensilità non retribuite. Le risorse, stavolta provenienti da Roma, non dovrebbero tardare. Ma intanto i lavoratori hanno il sacrosanto diritto di protestare. Il problema è individuare i giusti destinatari delle proteste, dello sciopero. Il CdA ha sempre fatto tutto il possibile per evitare le situazioni incresciose dei gravissimi ritardi nelle retribuzioni. Non so cosa si potesse e si possa fare in più. L’emergenza è stato e continua a essere l’amaro pane quotidiano del Teatro. Abbiamo dovuto lasciare Palazzo Biscari perché non potevamo più pagare l’affitto. Grazie alla sensibilità del prefetto Romano, già commissario della Provincia di Catania, il Teatro ha ottenuto in concessione pe 10 anni i locali degli uffici, una sala di 600 posti e un teatro all’aperto di 900 posti, tutte strutture situate nel complesso “Le Ciminiere” . L’occasione è propizia per rinnovare i sensi della mia gratitudine al prefetto Romano".

Torniamo a Dipasquale. Tra le varie cose che gli si contestano c’è il fatto che firmi numerose regie nell’ambito della programmazione artistica dello Stabile.

"Non sono numerose e non se le fa pagare, c’è questo piccolo particolare. Ci guadagnano le finanze del teatro stesso".

Veniamo agli sviluppi recenti. Al direttore scade il mandato verso la metà di novembre 2015. E’ stata concessa la proroga. Un fatto che ha scatenato varie polemiche. Perché è stato fatto? Lo statuto lo prevedeva?

"Abbiamo deliberato una proroga di sette mesi per assicurare continuità alla gestione della stagione artistica. Quanto alla legittimità della decisione, faccio presente che la nomina del direttore rientra tra i poteri esclusivi del CdA".

Pare che Enzo Bianco non fosse assolutamente d’accordo con la proroga concessa a Dipasquale tanto da averlo invitato pubblicamente a fare un passo indietro.

"E’ un suo diritto farlo, così come Dipasquale ha il diritto di rifiutarsi rimettendosi alla volontà del Cda. Spero che si trovi una soluzione. Io sono fuori".

Ma la proroga è stata una sua idea o è partita da Dipasquale?

"Una mia idea, realizzata in intesa con il Cda. Ero preoccupato: c’era il rischio di compromettere il buon andamento della programmazione. Infatti, ero convinto di non poter lasciare il teatro senza il presidio di una direzione artistica di accertato affidamento. Dopo questi mesi non so cosa accadrà, ho delegato le mie funzioni di presidente dimissionario al vice presidente Torrisi. Ora il timone è nelle sue mani. Per tramite di Live Sicilia, voglio lanciare un appello: i soci salvino questo teatro, il teatro è un loro patrimonio. Il CdA ha fatto la sua parte varando un piano di risanamento che andava approvato nel corso dell’ultima assemblea dei soci assieme ad un altro argomento all’ordine del giorno: l’articolo 2 dello statuto stabilisce che i soci fondatori versino annualmente una quota in un fondo di dotazione. Ebbene, i soci non hanno mai rispettato questa norma. E, dunque, delle due l’una: o costituire il fondo modificare lo statuto. Purtroppo, l’approvazione di questi due punti nell’ultima assemblea è saltata perché è venuto a mancare il numero legale".

Cambiamo argomento. Apriamo una parentesi più ampia su Catania. Qual è lo stato della cultura e del rapporto dei catanesi con essa?

"Giudico positivamente le politiche culturali che il Comune sta attuando pur nelle difficoltà finanziarie cui deve far fronte, come tutti gli enti locali d’Italia. Ma in generale la cultura catanese non è più quella di un tempo. Di questo dobbiamo dolerci e fare autocritica. Nonostante tutto, con i licei di Catania il teatro ha avuto un rapporto di collaborazione molto fruttuoso, come testimoniano alcune iniziative realizzate nel corso dell’anno. C’è da dire, comunque, che il panorama non è incoraggiante, segnato com’è dalla presenza di troppi sedicenti intellettuali malati di narcisismo e di scrittori che scrivono una lingua che non conoscono. I tempi di Verga, Capuana sono lontanissimi. La Catania di Vitaliano Brancati o Ercole Patti non c’è più. Nutro poi una grande speranza: Il lancio del Distretto del Sud-Est ha grandi potenzialità: rappresenta una proiezione politica ed economica di un’idea culturale di straordinario valore per il futuro".

Lei è stato un importante giornalista. Qual è la sua riflessione in merito all’attuale grave crisi del mondo dell’editoria e dell’informazione catanese?

"Cito sempre un pamphlet che s’intitolava: “L’ultima copia del New York Times” dove, sulla base di una dichiarazione del mitico editore del New York Times, Arthur O. Sulzberger, s’immaginava che il giornale non esistesse più in forma cartacea ma solo on line. In realtà la previsione non si rivelò veritiera, perché la carta stampata continua ad arrivare in edicola, anche se la sua diffusione ha subito dei pesantissimi colpi. Oggi tutte o quasi tutte le aziende editoriali sono in crisi, perché l’irruzione delle tecnologie ha sovvertito i rapporti di forza. Le notizie arrivano da molteplici fonti d’informazione. Per quanto riguarda la carta stampata, se prima la notizia era il punto di arrivo adesso deve diventare il punto di partenza, perché i fatti la gente li conosce già quando va a comprare il giornale in edicola. La notizia è ora uno spunto di approfondimento e di riflessione. In Sicilia la situazione è critica purtroppo da molto tempo. Credo che Catania sarebbe cresciuta molto di più se in passato non ci fosse stato il pernicioso monopolio dell’informazione. Il dibattito giornalistico è essenziale per stimolare lo sviluppo e la democrazia".

 


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