"Santapaola era il boss che nessuno cercava"


il 11 Settembre 2015 - 09:00

parla gianni palagonia

"Santapaola era il boss
che nessuno cercava"

Parla l'ispettore di polizia che è stato costretto a lasciare la città dopo delicate indagini per mafia negli anni '90. Adesso scrive libri sotto un nome in codice. La presentazione del suo ultimo lavoro oggi alle 18.00 alla Feltrinelli.

CATANIA- Costretto a lasciare la città dopo delicate indagini su quattro omicidi degli anni '90. Costretto a utilizzare un nome in codice, Gianni Palagonia, per scrivere libri e raccontare quello che è accaduto nella sua Catania tra gli anni '80 e '90. L'ispettore di polizia, un eroe dei nostri tempi, si racconta alla vigilia della presentazione del suo terzo libro, L'Aquila e La Piovra, che sarà illustrato dal magistrato Angelo Busacca, dal coordinatore di Libera Dario Montana e dal senatore Mario Giarrusso della commissione Antimafia. Appuntamento alle 18 alla Feltrinelli.

Quando hai iniziato a lavorare a Catania e in quali reparti hai operato?

Dopo aver lavorato diversi anni a Roma, nel 1984 ho fatto rientro a Catania. Trasferito alla Squadra Mobile ho fatto numerose esperienze, dapprima nella sez. Furti e Truffe, poi alla Sez. Rapine, quindi alla Sez. Investigativa che si occupava di estorsioni e ricerca di latitanti. Successivamente sono stato trasferito alla Criminalpol. Poi … poi è successo qualcosa! Era il 1992, un anno che non dimenticherò mai. Di stragi e morti innocenti negli anni 80 ne avevamo già contati a decine. C’era stato il Maxiprocesso di Palermo che si era concluso con pesanti condanne. Ma non era bastato! Quello fu l’anno maledetto delle stragi di Palermo ed anche quello dell’uccisione dell’ Ispettore Lizzio a Catania. Nel 1992 in Sicilia era come essere in Afghanistan. Almeno, così la vedevo io! L’aria era pesante, irrespirabile, l’umore di tutti a pezzi, ci sentivamo profondamente colpiti, vulnerabili. Come in una guerra, dovevamo contrattaccare il nemico, che fosse vestito con la coppola o con lo smoking poco importava. Lo Stato doveva reagire ed in fretta. La risposta arrivò presto. In poco meno di un anno vennero arrestati i due latitanti per eccellenza, Santapaola e Riina e via via capitolarono quasi tutti i capi e gregari di Cosa Nostra. Lo Stato aveva risposto ed i mafiosi ne avevano tratto una insegnamento. Da lì partiva il suo lento ma inesorabile inabissamento. La mafia aveva capito che tenendo un profilo basso e lontano dai clamori, poteva svolgere meglio i propri affari. IL SILENZIO poteva essere più incisivo e determinante di una carneficina. Niente più rumore di rivoltelle e bombe, meglio le pallottole di carta. IL SILENZIO di una penna per firmare assegni ed atti notarili poteva rendere molto di più e senza arresti. Cominciava un’era nuova e il mafioso cambiava pelle diventando ancor più imprenditore e aprendosi alla politica attraverso i vari affiliati, laureati e feroci. Un anno che non dimenticherò mai il 1992 perché ha segnato anche la mia vita personale e professionale con un trasferimento per motivi di sicurezza in una tranquilla (si fa per dire) cittadina del nord dove la mafia c’era ma non si vedeva. O meglio si vedeva ma a molti faceva comodo far finta di non vederla, la peggiore delle mafie che ho cominciato a conoscere… la massoneria.

Qual è il tuo ricordo di Catania?

Ce n’è sono talmente tanti che non saprei da dove cominciare. A Catania sono nato e cresciuto. Con la città ho sempre avuto un rapporto di amore e di odio. Ma devo confessare che quando sono stato trasferito al nord, nonostante mi sentissi in parte tradito, ne ho sentito molto più la mancanza. Quell’amore per la mia città ho cercato di condensarlo in questo passaggio che ho scritto sul mio libro -Nelle mani di Nessuno - “ E poi il ritmo, mi manca il ritmo della vita di prima. Il sound etneo, il respiro profondo di Catania, la grande madre. Una città che in realtà non dorme mai e pulsa di vita senza sosta, nella bramosia di bruciare il tempo ad ogni singolo istante. Una città dove l’esistenza si gode con insaziabile voluttà, come un amplesso amoroso con la femmina dei tuoi sogni”.

Come operavano le forze dell'ordine nei confronti di Nitto Santapaola?

Nitto chi? L’innominabile? Il concetto astratto del boss? Ma lo era oppure no? Molti se lo chiedevano! Le risposte erano ingarbugliate. Ecco, queste erano le perplessità che ruotavano attorno a chi, a cavallo tra gli anni 70 e 80, aveva ottenuto un posto nella “società che conta”. Non può essere mafioso uno che ha il privilegio di avere al suo fianco un Prefetto e un Questore nel corso dell’inaugurazione della concessionaria d’auto PAMCAR. Non può essere mafioso uno a cui nel 1979 gli viene rilasciato il porto d’armi per il fucile e nel 1981 il passaporto. Sembrava un gioco a quiz dalla risposta sempre ambigua. Santapaola era il boss che nessuno cercava ma … poi qualcosa è cambiato. Nuova linfa investigativa e una magistratura più accorta cominciavano a scardinare le porte dell’omertà, anche con l’apporto dei primi pentiti. Purtroppo anche quando alcuni equilibri cambiarono e si cominciava a cercarlo veramente, e non per propaganda, non si riusciva a mettergli le mani addosso … probabilmente perché le talpe erano ovunque.


Com'era Catania in quel periodo?

A casa tengo come una reliquia qualche numero de I Siciliani di Pippo Fava. Basterebbe leggere qualcuno di quei saggi per capire il clima che si respirava. Gli omicidi, le bombe a seguito di estorsione, le rapine e gli scippi riempivano le pagine dei giornali. Catania era pericolosa, spavalda, arrogante, niente spazio alla normalità. La gente si adattava e viveva in quell’oblio indefinito che … ammutoliva. Era arrivata ad una soglia di non ritorno, stava perdendo tutto, l’identità, la libertà, la prosperità, la speranza. Io non direi com’era Catania in quel periodo. Cambierei la domanda in: è cambiata Catania? Avevo all’incirca 14 anni quando ho cominciato ad appassionarmi ai fatti della mia città, quando ho cominciato a sognare di diventare un Poliziotto. Leggevo i giornali e nel mio cervello avevo fissato i nomi delle famiglie mafiose e dei loro “carusi”, cioè dei picciotti che ne facevano parte. Ad ogni nome di persona associavo il quartiere a cui apparteneva. Ed allora era un susseguirsi di nomi di famiglie mafiose, clan e pregiudicati che ne facevano parte. Da allora ad oggi sono passati 40 anni e ancora devo sentire che la mia città è in mano alle solite bande di mafiosi di merda. I boss storici sono in galera ed i figli hanno preso il loro posto. E quando arresteranno i figli, il loro posto verrà preso dai figli e poi dai figli dei figli. Insomma sembra che arresti non ce ne sono mai stati, sembra di non aver fatto nulla di nulla. Loro vivi, ricchi e potenti. E i morti? Per chi hanno sacrificato la loro vita i valorosi rappresentanti delle Istituzioni, se questa feccia rimane la padrona della mia città? Forse saremmo condannati a sentire questi nomi ancora per i prossimi 100 anni? Ma quando lo Stato ( e non un pugno di volenterosi servitori dello Stato) deciderà di permetterci di debellare la mafia, usando il pugno duro e non di plastica? Provo molta rabbia, se penso a quante notti e giorni buttati al lavoro, all’acqua e al vento, per poter arrestare questa gente, mentre i nostri figli crescevano senza che ce ne accorgessimo. 
I nostri figli sono grandi, io e tanti miei colleghi in quiescenza e ancora nella mia città sento parlare di Santapaola … ca sammuccau a nostra città!!! E certamente la colpa non è solo di Santapaola ma di molti catanesi indifferenti, conniventi, colpevolmente distratti. Che tristezza!

Perché sei stato costretto ad allontanarti da Catania

Le cose accadono ed a volte neanche tu riesci bene a capire cosa, chi, come, quando e perché è successo. Forse mi sono confidato con le persone sbagliate. Forse ho fatto qualche sopralluogo con il collega sbagliato. Forse qualcuno ha chiacchierato troppo. Addirittura sono arrivato a pensare che qualcuno mi voleva proteggere. Insomma, tanta domande senza risposte nella mia testa. Il bandolo della matassa era difficile da trovare. Avevo saputo e scoperto un bel po’ di cose importanti… importantissime della mafia catanese. Avevo fatto e fatto fare ad altri colleghi - per proteggere la fonte informativa - arresti importantissimi. Penso che qualche notizia è arrivata all’orecchio sbagliato e, in un momento in cui lo Stato in Sicilia stava traballando, ripeto era il 1992, qualche pezzo di merda di mafioso si è sentito così potente da minacciare un po’ di poliziotti, io fra questi. Le scelte erano due. O sperimentare se qualcos’altro di più grave poteva accadermi o andarmene per farmi dimenticare. Ho soppesato la cosa per circa sei mesi … poi altre avvisaglie ed allora ho deciso di proteggere me stesso e la mia famiglia.

Com'è cambiata la tua vita?

E’ cambiata totalmente. Come si fa a dire a dei bambini perché non possono più giocare con i cugini o andare al parco con i nonni. Come ci si può abituare a trovarsi dal caldo del sud al freddo del nord ed a vivere con la tua famiglia all’interno di una caserma. Sapesse quanto lavoro ho fatto per capire chi può avermi tradito. Mesi e mesi ad analizzare agende, turni di servizio, nomi di colleghi, di amici, di confidenti con i quali avevo effettuato sopralluoghi, avevo parlato per confrontare notizie o conoscerne delle altre, fare riscontri. Un’idea con il tempo me la sono fatta ma oramai è troppo tardi. Quello che penso lo scrivo nei miei romanzi e chi vuole capire capisca.

Perché hai iniziato a scrivere libri?

Come ho sempre detto era un sogno che avevo sempre coltivato e soprattutto perché avevo una storia complicata da raccontare, una storia che la gente doveva conoscere. Ma il mio obiettivo non era solo quello di raccontare la mia personale storia, infatti nei miei libri ci sono tanti protagonisti, ma mettere in evidenza la vita dura che conducono le Forze dell’Ordine nel tentativo, a volte estremo, di garantire la serenità ai cittadini e diffondere un senso di legalità.

Qual è il ricordo più bello che hai di Catania?

Anche in questo caso l’elenco sarebbe lungo. Certamente non dimenticherò mai il giorno che ho preso la patente. Pensavo mi bocciassero poiché avevo stupidamente rivelato all’istruttore di guida che guidavo da quando avevo 10 anni la Fiat 500 di mio padre. Da Poliziotto il ricordo più bello è stato il giorno in cui, libero dal servizio ed in compagnia della famiglia, ho affrontato due rapinatori che stavano facendo una rapina in un rifornimento di via Pietro dell’Ova. Il rapinatore mi ha puntato l’arma addosso ed io l’ho puntata su di lui, eravamo a distanza di due metri. Siamo stati circa un minuto a guardarci negli occhi. Lui era spaventatissimo, quello era il vero pericolo. Aveva non più di 16 anni, potevo sparare ma non volevo ucciderlo, né ferirlo. Era giovane, può rifarsi una vita, pensavo in quei pochi momenti di follia. Gli ho parlato, parlato, con calma, invitandolo ad arrendersi, dicendogli che lo avrei aiutato, che non doveva spaventarsi, insomma tante cose. Poi lui ha buttato l’arma a terra ed è scappato. Io l’ho inseguito ma lui correva troppo anche per Mennea. Ho recuperato l’arma! Aveva il colpo in canna! Ho rischiato troppo quel giorno ma ero felice di non aver ucciso quel giovane. Chissà … magari dopo quello spavento ha smesso di fare quella vita. Voglio pensare che sia così…


il 11 Settembre 2015 - 09:00